Castello di Caltignaga
Poche fortificazioni hanno avuto maggiore fortuna del castello di Caltignaga, che è stato a lungo
studiato durante il nostro secolo: ma non risultavano molto chiare le vere vicende evolutive della
struttura incastellata.
Ci sforzeremo di illuminare la questione tenendo conto di una importantissima relazione di un
ingegnere camerale milanese, scritta il 9 dicembre 1724 in base ad osservazioni personali ed alla
deposizione giurata del fattore, Agostino Caccia, uomo di fiducia del defunto feudatario Vincenzo
Caccia da Proh. L'ingegnere era il marchese Gerolamo Erba, che giunse l'8 dicembre 1124 a Caltignaga
per prendere possesso del feudo in nome del re, in seguito alla morte senza eredi di Vincenzo Caccia.
Si sistemò nella camera inferiore del castello e convocò il fattore per sapere quali fossero i beni
spettanti allo Stato: l'uomo dopo aver detto che era nato in paese e che da 14 anni esercitava la
sua professione, elencò il contenuto del feudo. Il Caccia aveva goduto della giurisdizione sul
villaggio e su altre quattro terre vicine, Sologno, Cesto, Isarno, Codemonte, nonché su quattro
cascine, Boscale, Malagaia, Mangiona e Moresca. Ma oltre la giurisdizione possedeva una rocca o sia
castello in questo luogo, che è il presente ove siamo (….) la rocca è con sua fossa a torno, con
una porta grande e particella annessa, con i suoi ponti levatoi, corte e pozzo. Entrando a mano
dritta vi sono a piano di terra cinque stanze, quattro delle quali in volta et altra in soffitto,
con due superiori abitabili et altre tre derelitte. Entrando alla sinistra vi è una cucina, un
dispensino et un'altra stanza, una sala et altro dispensino, tutti in soffitto, con due portici e
tutti li suoi superiori, parte abitabili e parte mezzo derelitti, con tre cantine sotterranee in
volta. Fuori della rocca vi è un giardino da circa 4 moggia, tutto cinto di muro, eccetto dalla
parte verso sera, con una porta che sorte verso mattino et altra porta verso la chiesa parrochiale.
Per contro la porta grande, che entra nella rocca, vi sono quattro case da pigionanti, cioè 4 luoghi
al piano di terra e 4 suoi superiori, con annesse due stalle, fenile et un pozzo, con un portico
picciolo et sua colombara annessa et un torchio per fare il vino e l'olio, vicino alla chiesa di
San Lupo, che resta nel sito detto del castello, quel torchio è verso occidente ".
Il fattore rivela una certa ambiguità nell'uso dei vocaboli rocca e castello: in un primo momento li
identifica, ma in seguito li distingue e per indicare il complesso di fortificazioni quattrocentesche
si serve del termine rocca, mentre per mostrare la casa da pigionante con colombaria e la chiesa di
San Lupo adopera le parole "sito detto del castello". Nella sua mente rocca significava castello, ma
una - per lui - inspiegabile tradizione locale sosteneva in base al toponimo, che gli edifici e la
chiesa facevano parte del castello. Il piccolo enigma, che ha di recente tratto in inganno anche il
Conti, fu spiegato dall'ingegnere nella sua relazione, peraltro interessantissima, giacché fornisce un
numero molto elevato di dati statistici. Egli incominciò coi dire che una delle due chiese parrocchiali,
San Lupo, era posta "nel sito detto del castello"; poi descrisse la rocca, "con fossa a torno, porta
grande e particella annessa, con li suoi ponti elevatoi, corte e pozzo, che veniva posseduta dal
feudatario, eccetto sei luoghi che sono goduti dall'abate Nacci, come successori del canonico Rozati,
con un giardino annesso alla rocca".
Infine risolse il problema: Vicino a detta rocca e nel sito detto del castello, per andare al quale si
entra per un ponte, che altre volte era ponte levatore, vi sono alcune case possedute da diversi
particolari, quali tutte erano altre volte cinte con muraglia della quale presentemente se ne vedono
poche vestigia, e che vi fosse anche altre volte la fossa a torno, ora ridotta a giardino della padroni
di dette case.
Dunque anche a Caltignaga, come a Vicolungo, Morghengo e Vespolate, la rocca, o attuale castello non
era che un restringimento con maggiori fortificazioni di un ampia area incastellata, l'esito finale di
una lunghissima storia costruttiva umana ed insiediativa che cercheremo di illuminare.
Signori e Castello nell'Alto Medioevo
Il toponimo Calteniaga compare per la prima volta nelle carte novaresi per indicare il
locus ed il vicus nel febbraio 958: nel centro abitato vivevano due gruppi familiari pro.
Il toponimo Calteniaga compare per la prima volta nelle carte novaresi per indicare
ilfessanti legge burgunda, i figli di Ildeprando da Caltignaga, Riccardo, Ademaro e
Ratburno, e i figli di Ribaldo da Caltignaga, Gariardo ed Ugo. L'alta posizione sociale
di questi uomini è provata dal fatto che essi possedevano servi e che Ademario era in
gradi di sottoscrivere l'atto di liberazione del servo Leone.
La pergamena fu firmata anche da un altro personaggio, che sapeva scrivere e che aveva
rapporti con i due gruppi parentali, Guglielmo. Costui con un'identica sottoscrizione,
approvò dichiarandosi miles del Vescovo di Novara Aupaldo, un importante atto ecclesiastico
del 985. E' possibile allora proporre come ipotesi che tutte queste persone appartenessero
ad un gruppo parentale di vassalli ecclesiastici novaresi dal quale derivarono in seguito
i conti Riccardo ed Uberto, figli di un altro Ildeprando, noti per aver aderito alla politica
di Arduino di Ivrea. Tra tutti solo il ramo di Guglielmo conservò l'appellativo, o cognome,
da Caltignaga: un suo discendente compare infatti tra i milites del Vescovo novarese
Pietro II al placito di Breme del 19 ottobre 1022. Anche costui si chiamava Guglielmo da
Caltignaga. Lo stesso presule Pietro III favorì nel 1014 un'operazione economica di suo
fratello, il giudice pavese, Gisolfo, entrò il castello di Caltignaga: il 20 gennaio un
diacono novarese, Taleso, gli vendette per 36 lire la metà di tutti i suoi averi, posti nella
fortezza e sul territorio. Non si trattava di una alienazione, ma della cessione di un pegno
a copertura di un prestito: infatti il giudice dichiarò che qualora l'ecclesiastico gli
avesse restituito il capitale entro il mese di luglio, egli avrebbe riconsegnato i beni.
Una vendita effettiva di immobili nel villaggio fu invece compiuta prima del 1015 dal conte
Riccardo a vantaggio dello stesso vescovo: costui donò in seguito i beni alla canonica di
Santa Maria, che ancora li possedeva nel 1132, giacchè Innocenzo II confermò agli ecclesiastici
novaresi tre mansi, o aziende agricole, ed un mulino a Caltignaga. Nel castello dunque
esistevano all'inizio dell'XI secolo beni di più proprietari; la famiglia del diacono Taleso,
i da Caltignaga e il Vescovo di Novara; un atto dell'8 settembre 1044 illumina con maggio
precisione lo stato della fortificazione. Il Vescovo di Novara Riprando effettuò una permuta
con i figli del fu Albezone da Caltignaga, il prete Gribaldo e Manfredo: le due parti si
scambiarono degli immobili entro il castello. Riprando cedette una superficie di 50 metri
quadrati con un edificio in muratura ed ottenne un'area di 30 metri quadrati con mura, pietre
e una costruzione in legno. A compensare la sproporzione ebbe pure dei campi. Se si osservano
i confinanti dei due immobili castellani si scopre l'esistenza di strade entro la fortezza
ed un numero più elevato di proprietari, almeno altri quattro in precedenza non menzionati.
Ulteriori indicazioni sui proprietari di beni entro il castello emergono dalla pergamena
del 4 novembre 1068 a proposito del miles salico Bonifacio, del fu Rotefredo. Intanto la
famiglia dei da Caltignaga si legava in modo ancora più stretto ai presuli novaresi, poiché
il 19 marzo 1075 Adalberto da Caltignaga, figlio del fi Gisolfo, che abitava nel castello di
Galnago, fece una donazione alla Canonica di San Giuliano di Gozzano a vantaggio dell'anima
del Vescovo Oddone, che a quell'epoca non era ancora morto. Un altro personaggio della famiglia,
Gisolfo da Caltignaga, è indicato come capitaneo del presule Anselmo in un importante assise
di vassalli ecclesiastici, che si tenne nel 1094. Suo stretto parente fu, secondo il Keller,
il signifer Guglielmo, che compare accanto a lui nello stesso documento: costrui è citato
anche in una pergamena del 1087 con il titolo di confanonerius, equivale a signifer, era cioè
il miles che in battaglia reggeva lo stendardo o gonfalone della Chiesa Novarese.In seguito
le fonti non forniscono più indicazioni sul castello e sulla famiglia capitanale.
Situazione del Villaggio e della Fortificazione nel Trecento
Le consegne dei benefici ecclesiastici di Caltignaga, scritte nel 1347, permettono di
conoscere, dopo due secoli di interruzione, qualche dato sulla situazione del paese.
La famiglia dei Gonfalonieri era ancore presente sul luogo e manteneva alcune proprietà
terriere. con il diritto di nominare il parroco e il chierico della chiesa di San Salvatore,
ma a giudicare dalle citazioni aveva perso quasi tutta la sua potenza politica ed economica.
Chi comandava ora del villaggio e nel castello era la famiglia novarese dei Caccia, a cui
spettava il patronato e l'avvocazia sulla Chiesa di San Lupo entro la fortificazione, e che
possedeva ingenti quantità di campi sul territorio.
Il castello era in quel momento in rovina, infatti Ferrario Caccia, chierico di San Lupo,
consegnò ben quattro case ed un terreno del suo beneficio, posti in Caltignaga, ubi dicitur
in castellatio, e confinanti con la stessa Chiesa parrocchiale, con il battistero di San
Giovanni, con proprietà dei Caccia e con le strade interne della fortezza. Un altro castellatio
si ergeva più lontano, oltre il Terdoppio, verso le colline. Un fossato attorniava la
fortificazione di Caltignaga, mentre un'altra fossa difendeva il villaggio; in entrambe
scorreva l'acqua di una roggia.
Non sappiamo cosa sia accaduto all'insediamento durante le guerre tra il Paleologo ed i
Visconti alla metà del trecento, poiché l'Azario non cita mai Caltignaga tra i paese
distrutti e quando ne parla è per dire che la terra era compresa nella squadra dell'Agogna,
la nuova circoscrizione amministrativa realizzata a metà Trecento dai signori di Milano.
La Costituzione del Feudo di Caltignaga nel Quattrocento
I Caccia avevano raggiunto importanti cariche amministrative e militari sotto il governo
di Filippo Maria Visconti, in particolare Giovanni era stato nominato dal duca castellano
della rocca di Pavia ed ivi egli si era trasferito con i suoi otto figli. Si spense subito
dopo la morte del signore di Milano e l'importantissima fortezza rimase nelle mani dei
figli Azzo e Giacomo.
Il 22 settembre 1447 essi si erano già schierati con Francesco Sforza, giacchè Azzo gli
scrisse una lettera in cui protestava di essergli fedele: "Noi siamo sempre stati fedeli,
dall'inizio del dominio dei signori Visconti noi siamo stati ai loro servizi e abbiamo
mangiato del loro pane e così intendiamo fare con voi finchè ci basta la vita. In questo
vostro castello vi sono le gioie, la libreria, la tappezzeria, frumento e segala, disponete
come volete e noi saremo lieti di ubbidire".
Il medesimo giorno Agnese del Mayno, l'amante del defunto Duca, ospite nella fortezza di
Pavia, inviò una breve missiva a Cicco Simonetta: "Scrivo a favore di Azione Caccia, castellano
qui. Siate favorevole presso lo Sfora ad Azione, ciò che farete per lui lo riterrò fatto per me".
Intanto il fratello Tommaso operava a Novara per convincere i cittadini ad aderire alla
causa dello Sforza ed il 23 dicembre 1448 la città trattò la sottomissione. I favori
politici dovevano essere ripagati e a metà del 1449 Giacomo Caccia scrisse al condottiero,
a nome dei fratelli, una lettera sostenuta: "I figli di Giovanni Caccia, castellano di
Pavia al tempo del duca Filippo Maria di buona memoria, ricordano come appena privati del
loro signore deliberarono essi, padre e figli, di consegnare il castello nelle mani dello
Sforza ed eleggerlo a loro signore. A detti fratelli madonna Agnese del Mayno promise di
dare ogni anno 1500 ducati e ina casa bella e onorevole e voi ratificaste con vostre
lettere ogni promessa di madonna Agnese. Sin qui vedendo le spese da voi sostenute durante
la guerra passata, non hanno chiesto nulla, ma ora che per grazia di Dio avete aumentato
il vostro stato e avete fatto la pace coi vostri nemici, i fratelli Caccia supplicano a
voler concedere l'entrata e la giurisdizione di Valsesia, che sarà di 500 fiorini l'anno,
e la giurisdizione e l'entrata di Borgomanero, che è di 312 fiorini l'anno. Entrate che
non raggiungono neppure il terzo della promessa fatta, ma detti fratelli resterebbero
contenti e sarebbe sempre schiavi e servitori vostri".
Il Duca non rispose e i Caccia pensarono di investire 5000 lire per acquistare il feudo
di Sant'Angelo Lodigiano. Pagarono la cifra al Tesoriere ducale, ma lo Sforza li tradì e
concesse l'importante beneficio a Bolognino degli Attendoli. Questa volta fu Azzo a scrivere
in modo risentito: "Si ricordi la signoria vostra delle benemerenze di quando eravamo nel
castello di Pavia", e pertanto lo invitava a restituire la cifra o ad assegnare una rendita
annua di 350 lire, pari a quella che esse avevano perso. Lo Sforza non retrocesse il capitale,
ma il 20 novembre 1449 convocò in Melegnano i figli Giacomo, Tommaso e Giovanni Caccia, ed
attribuì a loro a nome di tutti, le terre, i villaggi, i castelli, e le cascine di
Borgolavezzarro, Caltignaga, Sbologno, Isarno, Cavagliano, Codemonte e Alzate, con le
fortificazioni, la giurisdizione ed il potere di spada, e beni pubblici, i dazi, le gabelle
e i proventi del fisco.
In seguito nel 1452, riconfermò al gruppo familiare le immunità e le esenzioni su tutti
i loro beni patrimoniali e sui loro uomini, mugnai, massari, mezzadri, coloni, fittavoli,
inquilini e braccianti: tutti sarebbero stati liberi per sempre e non avrebbero corrisposto
allo Stato le usuali contribuzioni. La terra di Caltignaga era in questo modo separata da
Novara e poteva reggersi con un proprio podestà, nominato dai feudatari.
La Costruzione della Rocca
Ora i Caccia potevano pensare di edificare una dimora "bella e onorevole" entro l'antico
e rovinato castello di Caltignaga, frantumato in una inverosimile quantità di parti a causa
del moltiplicarsi dei membri familiari e delle necessarie operazioni di divisione dei patrimoni.
Occorreva ricomporre, come aveva fatto il Rabozio per Vicolungo, il mosaico delle proprietà
in poche mani e su di una superficie compatta costruire una rocca secondo i dettati della
recente architettura militare.
Rimane una testimonianza di questo sforzo nel documento 27 maggio 1452: Simonino Caccia per
50 lire imperiali vendette ad Azzo "una casa rovinata e solo in parte coperta di paglia, con
muri scoperti e cortile, posti nel castello di Caltignaga ", presso il portone di ingresso.
Inoltre concesse ad Azzo il diritto di edificare sopra la volta del medesimo ingresso.. Azzo
si sistemava nella fortezza, mentre il feudo fu tenuto da suo nipote Tommaso; non si hanno
dati globali per il XV secolo, ma il beneficio era di certo consistente.
Nel 1450 il Referendario di Novara fornì i dati per 5 paesi: tre avevano il castello (Cavagliano,
Caltignaga e Alzate) e in tutto contavano - esclusi Borgolavezzaro e Isarno - 175 fuochi, per
un ammontare annuo dei dazi di 92 lire, a cui era da aggiungersi l'onere dell'imbottato per 480 bottali.
Il miles Tommaso morì prima del 4 febbraio 1466, giorno in cui la vedova Caterina Tornielli
fu dichiarata tutrice dei figli, Giacomo, maggiorenne, ma sordomuto, Obicino e Innocenzo,
ancora in età minorile.. Quattro anni dopo, nel marzo 1470, Caterina Tornielli prestava
giuramento di fedeltà a Bona di Savoia, divenuta signora di Novara, ma nessuno dei figli
si era nel frattempo emancipato.
A Caltignaga i Caccia nominavano il podestà, scelto in genere tra membri della casata; in
quarant'anni sorse entro l'antico castello la loro rocca, in cui si sistemarono tutti i
figli e gli eredi di Giovanni, colui che aveva costruito la fortuna della famiglia come
castellano di Pavia. La prima attestazione di presenza della rocca o arce risale al 22
maggio 1492,in essa aveva residenza Matteo Caccia da Marignano, uno dei fratelli di Azzo,
presente nel 1447 a Pavia.
Il nobile era intento a curare i suoi interessi economici ed agiva per poter vincere una
causa che egli aveva con le monache di San Domenico di Novara a proposito dell'uso delle
acque di una roggia di Cavaglietto, derivate dall'Agogna e che servivano a muovere le pale
del mulino della Torretta, posto nelle vicinanze. Nel vetusto castello invece continuarono
ad abitare gli altri rami familiari del casato: ad esempio Giorgio, Azzo e Giovanni Caccia,
figli dei cittadino novarese Galvano, risiedevano il 2 Giugno 1496 in una loro domus in
castro Caltignace ed ivi assistettero alla morte di una loro donna di servizio, Elisabetta
Ferrari, proveniente da Borgolavezzaro.
L'Esercizio del potere ad opera dei Caccia tra quattrocento e cinquecento
In particolare tra i numerosi personaggi della famiglia che abitarono entro la rocca si
distinsero, a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, i cugini Obecino Caccia, figlio
di Tommaso, detto il Nero, ed Obecino, figlio di Giovanni, detto il Bianco. Avevano
ereditato, tramite i loro genitori, le sostanze del nonno Giacomo, che aveva retto il
castello di Pavia tra il 1447 e d il 1449, ed erano i titolari del feudo.
Essi risiedevano abitualmente nell'arce, ma avevano all'occorrenza anche delle case a
Novara: in una di queste ultime, posta nella parrocchia di San Giacomo, i due cugini si
incontrarono il 27 novembre 1493 per espletare un importante atto di signoria sul loro
villaggio di Caltignaga, la nomina del chierico della chiesa di San Salvatore.
Nel corso di un secolo e mezzo, scomparsi i Confalonieri i vescovi di Novara avevano
attribuito ai Caccia il diritto di avvocazia e di patronato su tutte le chiese del paese;
la concessione conferiva vantaggi economici, ma permetteva anche, proprio attraverso la
diretta nomina degli ecclesiastici in cura d'anime, di esercitare un controllo spirituale e
ideologico sul loro rustici. I due Caccia designarono Giovanni Grigioni da Stresa e pregarono
un parente del notaio intervenuto, Giacomino Faletti, di recarsi con l'eletto al palazzo del
vescovo, perché il vicario generale della diocesi concedesse l'approvazione. Il chierico fu
presentato, ma solo il 9 dicembre e ottenne la conferma dal presule, Gerolamo Pallavicino, che
risiedeva nella rocca di San Giulio all'isola d'Orta.
L'11 dicembre a Caltignaga il chierico, di fronte ai suoi padroni, fu accompagnato dal rettore
curato di Santa Maria, Giovanni de Veghis da Borgolavezzaro, a prendere possesso della sua
chiesa e del suo beneficio.
Il lungo periodo di pace, di cui aveva goduto la terra novarese nella seconda metà del Quattrocento
era terminato, si preparavano anni di guerre ,violente tra Francesi e Sforzeschi; i Caccia,
schierati per ragioni politiche ed economiche con i transalpini, sarebbero stati tra poco al
centro della bufera. I due Obecini tradirono Ludovico il Moro e furono banditi, ritornarono con
le truppe di Luigi XII nel 1500 e presero di nuovo dimora entro la loro fortezza. Il 21 novembre
1501 il conte Obecino lì Bianco ospitò nella sua casa in arce Caltignace il parente Francesco
da Nibbia, impegnato a ricuperare il suo feudo di Pombia. Qualche giorno prima aveva dato asilo
a Leonardo Visconti, protonotario Apostolico e abate commendatario dei monastero di San Celso
di Milano e in quella occasione vi era stata una riunione di famiglia, poiché ad un atto del
novembre intervennero ben sei Caccia, quasi tutti milites. Tra questi spiccava Giorgio Caccia,
figlio di Antonio, e perciò nipote del defunto castellano di Pavia, Giovanni: egli era stato
al servizio degli eserciti francesi dal 1498 al 1501 ed era in procinto di assentarsi anche
per il 1502. Sarebbe rientrato a Caltignaga solo nei primi giorni del 1503 e il sabato 7 gennaio
convocò nel suo appartamento in arce Caltignace tutti i suoi procuratori economici per ricevere
i pagamenti arretrati degli introiti. Battista da Nibbia gli versò 100 lire per l'affitto dei
5 banchi dei notai del podestà di Novara, in rapporto all'anno 1498; Genesio Scrivanti fece
altrettanto per il biennio 1500 1501 e Davide Scrivanti pagò 200 lire come canone del 1502.
Un rustico di Terdobbiate portò 35 lire del dazio delle vendite al minuto dei medesimo
villaggio, a lui seguirono due massari di Borgolavezzaro che con 72 lire sanavano un antico
debito contratto con il padrone.
Infine il suo fittavolo di Borgolavezzaro, Michele Lago, gli restituì 167 lire e 17 soldi,
anticipati l'anno precedente da Giorgio affinché il contadino potesse acquistare il grano
per la semina. Subito dopo il Caccia regolò una spinosa questione di dote: Battista da Nibbia
aveva sposato Margherita, sorella di Giorgio, alla quale spettavano 3000 ducati, tanto le
avevano promesso la madre Elisabetta Castiglioni ed il fratello Francesco, divenuto minore
osservante. Ora il Nibbia chiedeva il versamento della cifra e lo ottenne, lira per sicurezza
Giorgio pretese che Battista ipotecasse a Margherita i beni immobili della famiglia Nibbla
sino ad un corrispettivo valore di 3000 ducati.
Di certo però il personaggio più ragguardevole era il conte Obecino il Bianco, giacché a
lui, che faceva scrivere gli atti notarili stando come un antico signore sul ponte levatoio
della rocca, i Caccia affidavano il delicato compito di sentenziare come arbitro nelle
liti che opponevano i vari rami della casata. Obecino il Nero invece nel 1503 realizzò
con la moglie Elisabetta Visconti una serie di forti acquisti terrieri a Borgolavezzaro:
i coniugi comperarono infatti i dai Langhi due grandi cascine, che le descrizioni
notarili indicano tra le più consistenti del paese. A metà giugno la porta della rocca
si aprì per lasciar entrare i consoli della terra di Boca. essi venivano a rendere
omaggio al loro nuovo feudatario nominato dalla Camera in sostituzione di Mariolo Viscardi,
uomo degli Sforza e nemico personale del conte Caccia. Nella grande sala essi giurarono
sui Vangeli, davanti Obecino il il Bianco, di essere fedeli sudditi del conte con tutti
i loro averi e che non avrebbero mai ordito congiure contro di lui".
Una Lettera dal Castello di Caltignaga sul problema degli ebrei
Obecino il Bianco fu uomo di straordinaria liberalità e pertanto fu nominato
Consigliere Regio e Marchese di Mortara: in quest'ultima qualità scrisse il 31
maggio 1510 una interessantissima lettera datata in arce Caltignace , al podestà
della Lomellina sul problema dell'ammissione degli ebrei ad esercitare il prestito
ad interesse nei suoi domini.
Il Caccia dopo aver ricordato le disposizioni papali che stabilivano la possibilità
per gli ebrei di abitare nelle città e nei borghi, decretò che l'Ebreo Mosè potesse
abitare a Mortasa e che pertanto ivi si trasferisse con la sua famiglia. Erano in
seguito fissate delle condizioni molto favorevoli: Mosè sarebbe stato infatti esente
da ogni pagamento di tasse e avrebbe goduto dei privilegi che i suoi correligionari
avevano nei domini del re di Francia. Avrebbe potuto prestare e tenere i pegni per un
anno, passato il quale sarebbe stato libero di venderli: a questo proposito si concordava
un interesse annuo di un soldo per lira, pari al 5% e si stabiliva che i libri del banco
fossero da considerare come documenti pubblici. Infine si garantivano all'ebreo alcune
condizioni di tolleranza e di giustizia: il podestà avrebbe dovuto sentenziare nei processi,
in cui Mosè sarebbe stato implicato, con la medesima celerità usata verso i nativi di
Mortasa. I macellai erano tenuti a vendergli carne alla stesso prezzo degli altri clienti.
Era garantita la libertà di culto in privato, con attenzione particolare per il riposo
sabbatico, giorno in cui ufficiali pubblici non avrebbero potuto citare Mosè in giudizio.
Il Caccia dispose a conclusione che gli inquisitori non avrebbero potuto sottoporlo ad
alcun procedimento e che i predicatori non avrebbero sollevato il poppolo contro gli ebrei.
Gli anni della crisi e della rovina
La fortuna della famiglia durò quanto la preponderanza francese sul ducato di Milano:
già il 30 luglio 1513, all'indomani della battaglia dell'Ariotta, gli Sforzeschi presero
possesso del feudo di Caltignaga, abbandonato dai Caccia.
Nella chiesa di San Lupo, entro il castello, convocarono tutti gli abitanti del paese e
li costrinsero a giurare fedeltà al duca di Milano a cui spettava ora ogni potere.
Fu una breve parentesi, poiché la famiglia ritornò nel 1515 con gli eserciti transalpini
ma ormai Oberino il Bianco era vicino alla fine. Si spense nell'Ottobre 1521 e lasciò una
vasta eredità al figlio Ludovico. Costui nel 1524 si era avvicinato agli Sforzeschi e ai
loro alleati spagnoli e pertanto, durante una fallita spedizione francese contro Novara,
l'esercito del generale Bonnivet, il 26 aprile del medesimo anno, assediò ed espugnò la
rocca, poi, dopo averla saccheggiata, la incendiò.
Seguirono anni tristi e la ricostruzione tardò a realizzarsi: solo la pacificazione generale
sotto il dominio spagnolo il feudo toccò a Giovanni Antonio Caccia che lo resse fino al
1561. Morì senza eredi e l'amministrazione centrale dello stato Spagnolo prese possesso
dei villaggi a lui spettanti, ma il marchese di Novara, Ottavio Farnese, li reclamò ed
ebbe ragione.
Caltignaga fu affidata a Giovanni Battista Castaldo, che con il figlio Alfonso riscosse
i dazi ed esercitò la giustizia fino al 1587. Il castello e la rocca, pur in pessimo
stato, erano stati considerati beni privati dei Caccia e furono tenuti dalla famiglia.
Scomparso anche Alfonso Castaldo, il feudo di Caltignaga ritornò alla Camera Ducale, che
nel marzo 1588 decise di venderlo all'asta; per avere un'idea precisa del valore i
responsabili amministrativi del governo inviarono sul luogo un ingegnere con il compito
di stimare i beni. L'ingegnere Fittone nello stesso mese del 1588 scrisse una relazione
di estremo interesse da cui appare l'immagine economica e strutturale del paese. "Caltignaga
è una villa aperta con un castello circumdato da fossa, il quale è per la maggior parte
di Giovanni Francesco Caccia et il resto del signor Dominione Caccia. E' distante da Novara
per 4 miglia e dal confine dello Stato per 8 miglia: fa focolari 54 in tutto, comprese 4
cassine; solo 5 focolari appartengono a persone nobili. Le terre sono di 12.000 pertiche,
delle quali 1000 di vigna, 1000 di prato con poca acqua, 1000 di baragge e boschi ed il
resto aratorio. Di tutto 4000 sono beni ecclesiastici, 5000 civili e 3000 rurali e sotto
sopra possono valere lire 30 la pertica. Dicono il console e i suoi uomini, con giuramento,
che non sanno se il feudo avesse titolo comitale e che la Camera possedeva solo il reddito
dei dazi di pane , vino, carne, imbottato e dell'hosteria. Il dazio è affittato per 50
lire e l'imbottato per 186 lire all'anno: il provento dell'hosteria è tenuto senza titolo
da Giovanni Francesco Caccia. Tiene ragione un podestà di cappa curta senza salario".
Fu stimato 12.636 lire e il 29 marzo Giovanni Francesco Caccia vinse l'asta e si aggiudicò
per una cifra appena superiore il feudo. Ne prese possesso il 20 maggio ed ebbe anche il
titolo di Conte: ora egli dominava su di un territorio compatto, formato da Caltignaga,
Sbologno, Isarno e Codemonte.
Fortitudini Nostrae Caltiniage
Giovanni Francesco Caccia volle dimorare a Caltignaga e riadattò la rocca, che ormai
era diventata tutta di sua proprietà. I lavori eseguiti compaiono nella descrizione
del 1724, e che anche oggi dopo due secoli, quasi nulla è cambiato. Una visita sul
luogo conferma la validità della stupenda descrizione fatta dal Nigra nel 1937 che qui
proponiamo come esempio di acute osservazioni. "Il fossato lo circondava e ancora adesso
lo separa verso mezzogiorno da una sua dipendenza del XV secolo, la quale conserva
ancora qualche interessante resto delle sue finestre di cotto (…) al di sotto si legge
Fortitudinis nostrae Caltiniagae.
La fronte di ponente porta ancora l'intera merlatura e in essa sono aperte due belle
finestre incorniciate in terracotta con davanzali ed archetti trilobato ed ancora munite
di inferriate originali. La torre si erge maestosa a difesa della porta, la quale aveva
imposte girante sopra grossi cardini di ferro risvoltati verso il basso.
La parete del cortile, di cui essa fa parte, mostra le teste delle travi dei soffitti
interni, che una volta sporgevano certamente a guisa di mensole per portare ballatoi di
legno a cui si accedeva dalle porte, che quantunque ora murate, si scorgono tuttora. Questa
torre porta segni apparenti di essere stata sopraelevata.
Nei due angoli opposti del cortile furono aperti nel secolo XVI due portici cogli archi
portati da colonna di pietra, aventi capitelli dello stesso secolo. Essi sono coperti da
volte a crociera.
La sala a sinistra dell'ingresso è coperta da un soffitto in legno ancora intetto, costituito
da travi con mensole e travetti portati da mensoline. Esso non ha decorazione pittorica.
Nella sala esiste un camino in terracotta formato con mattoni uguali a quelli degli archivolti
delle finestre esterne e simili a quelli del castello di Vicolungo.
La sala a destra dell'ingresso è invece coperta da una bella volta lunulata alla lombarda,
costruita nella prima metà del XVI secolo, ed è rischiarata da tre grandi finestre con
sedili della stessa epoca, delle quali due hanno preso il posto delle finestre originali.
In questa sala troneggia un grandioso camino in marmo rosso, eseguito alla fine del XVI
secolo o al principio del XVII, avente una cappa in istucco portante lo stemma dei Caccia (…)"
Le Vicende dell'Età Moderna
Feudo e castello rimasero alla famiglia novarese sino al 1724, anno in cui morì
senza eredi l'ultimo signore, Vincenzo Caccia da Proh: l'8 dicembre Caltignaga fu
sequestrata dalla Camera.
La moglie Claudia Motula e le sorelle di Vincenzo, Caterina Francia e Ortensia
Lanzavecchia, presentarono ricorso, affermando che il castello non poteva essere
devoluto, poiché bene privato della famiglia.
Il 2 settembre 1725 il Magistrato delle Regie Ducali Entrate Straordinarie ordinò di
rilasciare alle donne la rocca, giacchè era provato che fosse di proprietà allodiale.
Il feudo invece fu acquistato da Antonio Brentani, che il 1 maggio 1725 ottenne
dall'imperatore il titolo di conte. Era un ricco mercante milanese e da anni acquistava
beni sul territorio, ove intendeva realizzare un vasto sistema di marcite per
incrementare l'allevamento del bestiame: il feudo gli serviva per i diritti sulle acque
e per poter liberamente far scavare le risorgive ed i fontanili, uno dei quali porta
ancora il suo nome.
Tuttavia nel castello non mise mai piede, poiché la fortezza fu tenuta dai successori
delle sorelle Caccia da Proh ed infine nel 1774 fu ereditato dalla nobile famiglia
torinese dei Faà di Bruno, alla quale tuttora appartiene. I Faà di Bruno vissero a lungo
a Caltignaga e parteciparono alla vita politica ed amministrativa del paese
durante tutto l'ottocento.





